Ho riaperto il diario

Ho riaperto il diario, e ho scritto.
É passato tanto tempo, e non credo di avere molto da dire.
Eppure, il ricordo di quanto ricca è stata la mia vita nel periodo in cui scrivevo mi spinge di nuovo a cercare, a scavare in me con solo una penna e un taccuino, o una tastiera, quando è sera.

Ogni tanto, prima di andare a dormire, prendo un taccuino e lo metto sul comodino, pensando: “adesso scrivo qualcosa”.
Poi guardo mia moglie, accanto a me che sta già dormendo, e penso che, in fondo, non ho granché di cui scrivere.
E così, dopo cinque anni e mezzo, non ho quasi scritto più nulla – giusto qualche paginetta, qua e là…
Qualche riga sconnessa dalle altre, su taccuini comprati, iniziati e mai conclusi – ad oggi ne ho ben 5 in corso, e almeno altrettanti definitivamente abbandonati, per cui ho decretato il “KO tecnico” o congedo per raggiungimento dell’età pensionabile dei suddetti taccuini.

Pensandoci bene, so perché ho smesso. O, meglio, so perché prima scrivevo molto, e poi ho smesso.
Prima di spiegarti questo, faccio un resoconto dei miei trascorsi letterari (oppure, se hai poco tempo per leggere tutto, clicca qui per saltare al punto).


Da piccolo – parlo di quando andavo in quarta o quinta elementare – la mia fiorente attività di scrittore di pensierini e temi mi aveva fruttato diversi bei voti e alcuni elogi della mia maestra di Italiano. Scrivere mi piaceva.
Da lì a poco, con il supporto emotivo di mia mamma, iniziai anche a scrivere articoli per il giornalino della scuola elementare, per quello della mia parrocchia e, dopo un po’, per quello della scuola media.

Quando avevo dodici anni, mia mamma venne a mancare. Comprensibilmente, smisi di scrivere per un po’.
Eppure, prima della fine della terza media, alcuni compagni di scuola mi fecero scoprire i forum su ForumFree e ForumCommunity – chissà se questi siti esistono ancora…
Iniziai a imparare la comunicazione scritta in un modo nuovo, per certi versi molto diretto e per altri molto lento, che richiedeva una certa chiarezza di esposizione, un lessico definito e un uso consapevole della netiquette.
Sui forum iniziai anche a scrivere storielle buffe, che raggiunsero il massimo picco di popolarità nel ristretto gruppo di utenti del forum del Glorioso Popolo dei Nani da Giardino: già, esistette davvero, e solo per la durata dell’estate del 2007, l’ultima estate della fase “dolce” della mia adolescenza.

Piccola parentesi: definisco quella fase come “dolce” non perché lo fosse davvero, ma perché ero io a viverla così.
Non mi pesava il fatto di passare le mie lunghe giornate tra la noia della scuola superiore, i videogiochi, tante schifezze da mangiare e da vedere
Ero solo come un cane, con l’eccezione di qualche amico di scuola sfigato come me, mentre idealizzavo qualche ragazzina che mi piaceva e le amicizie di circostanza con alcuni ragazzi del mio quartiere.
La fine di questa fase coincise con una presa di coscienza progressiva su chi ero, sulle mie facoltà e sul fatto che non ero peggio degli altri – diverso, forse, ma non in senso negativo.
Non ero né fighetto, né secchione, né sfattone – forse un po’ nerd, ma non a livelli da weirdo.
Questa seconda fase della mia adolescenza, forse, la definirei “romantica” nel senso artistico del termine: un periodo in cui ciò che gonfiavano le mie vele erano i venti dello spleen e dell’ideale.
Non era più un periodo di una goffa sopravvivenza nel mio mondo, ma stavo iniziando a cacciare le prede dal mondo esterno con le mie armi.
Chiusa parentesi.

Ho iniziato a tenere blog da giovane adolescente, in varie incarnazioni (IoBloggo, Blogspot, MSN Spaces, ecc.), scrivendo quattro cavolate da far leggere ai miei amici avventori.
La metà dei post, in effetti, erano auguri di buon Natale, buon Anno, buona Pasqua e resoconti delle festicciole di compleanno dei miei amici – nulla di interessante in assoluto.

La nuova fase della mia adolescenza coincideva con il triennio delle scuole industriali, in cui conobbi nuovi compagni di classe, e con una scoperta di una sfera spirituale nella mia vita.
Ebbi modo di confrontarmi con compagni di classe che furono miei amici, anche se per poco tempo – la fine della scuola e stupide vicende sentimentali ci avrebbero diviso – ma quegli incontri cambiarono il mio modo di vedere il mondo ancora una volta e mi ispirarono a scrivere racconti, poesie e canzoni.
I miei blog ora iniziavano ad assomigliare a questo, con pensieri e riflessioni rivolti prima di tutto a me stesso.
Tra il 2008 e il 2009 entrai a far parte di una piccola band e, nel giro di tre mesi, scrissi sui miei primi taccuini Moleskine qualcosa come cinquanta canzoni. Tutte dai testi molto cheesy, probabilmente, ma per me era stata una scoperta. Scrivevo come un fiume.
Ho fatto in tempo a comprarmi una chitarra acustica elettrificata che la band si era già sciolta. Peccato!

Il 2009 è stato il primo anno di costante scrittura: la mia vita sentimentale era tormentatissima – ronzavo sempre intorno alle solite due amiche che, sotto sotto, ricambiavano un po’ anche loro, e le loro e le mie indecisioni erano benzina sul fuoco della mia ispirazione. Avevo paura di restare solo, forse.

Nel 2010 rovinai tutto con una delle due amiche, e con uno dei miei amici della scuola. Mi ero diplomato, non avevo nulla da fare e non sapevo cosa fare. Per una volta, nel deserto della noia sbocciarono le idee.
Nell’estate del 2011 incontrai la mia prima vera fidanzata (oggi mia moglie) con gran pena di almeno altre due ragazze. Tempo di combattimento e di grandi emozioni, seguito dal mio primo vero lavoro in azienda. Avevo vent’anni e il fiume dei miei pensieri era in piena.

Tra il 2012 e il 2015 ogni cosa mi faceva riflettere e scrivere. Dall’episodio sul posto di lavoro al litigio con la fidanzata, dallo spunto di riflessione nell’omelia del mio Parroco al “tormentone” nel mio gruppo di amici.
Tenetti anche per un paio d’anni un blog di finte notizie umoristiche dal mio quartiere, Ridi Borgotrebbia, rifacendomi un po’ alla pubblicazione Disney Ridi Topolino e un po’ a The Onion – ma fu prima dell’esplosione di Lercio e siti simili. Inutile dire che divenni apprezzatissimo nella mia compagnia, ma la scrittura di questo tipo iniziava a diventare parte di una “maschera” che mi ero creato.

Nel 2016, infine, mi sono sposato.
Da allora sono passati 5 anni e mezzo. E sono molto felice!


Giungo finalmente al punto di tutto questo post.
Il motivo principale per cui ho sempre scritto è stato il cercare uno sfogo a tutto quello che bolliva dentro di me, alle emozioni, ai pensieri e alle paure – soprattutto quelle più nascoste e che, stando sotto, smuovevano il terreno su cui poggiavano i miei piedi.
Una delle mie più grandi paure è quella di rimanere solo, e il mio matrimonio ha messo a nudo questa paura, spogliandola dall’idealizzazione di cui l’avevo rivestita.
Non è certo un matrimonio o una relazione che può vincere una paura del genere, ma se riesco a scoprirne le radici allora posso capire da dove essa deriva.
La paura della solitudine resta anche in un matrimonio e spesso è quella che lo fa andare a rotoli, aggregandosi ad altre paure.

Il secondo motivo per cui ho sempre scritto è stato il bisogno di creare sperando, sotto sotto, che uscisse allo scoperto quella parte di me che tengo nascosta. E so che l’ho sempre fatto per i motivi sbagliati: non l’ho fatto per tenerla lontana dalla luce del Sole, ma perché pensavo che questa parte di me brillasse di luce propria e che mi avrebbe a sua volta fatto brillare con i “fortunati” che ne sarebbero venuti a conoscenza.

Ora lo so, che non c’è nulla di speciale nell’essere creativi.
Certo, qualche mio amico pensa ancora che dipingere e disegnare siano cose da bambini e che scrivere sia da adolescente.
Ma io ho avuto una mamma con un talento enorme nell’arte figurativa e ho un padre che ha sempre amato scrivere, dipingere e fare fotografie, e mentre il mio nonno materno e la mia nonna paterna hanno sempre lavorato duro, mio nonno paterno era un attore dei varietà e mia nonna materna una vera artista dei fornelli.

Non posso fare finta di essere diverso da questo.

Ho smesso di scrivere perché ho avuto un po’ paura di mostrare a mia moglie che nascosto sotto non c’è nulla di splendente, niente oro, niente Sole, ma solo altra argilla da plasmare, che io non so come plasmare o in cosa trasformare.
Più semplicemente, non volevo mettere un lucchetto ai miei diari. Li ho chiusi tutti in una scatola nascosta.
E ho smesso di scrivere perché non sono davvero un artista o uno scrittore o qualcuno di speciale.

E poi ho ricominciato di nuovo.
Dopo aver cambiato tre lavori, lasciando sempre un po’ di cuore in ogni posto, scoprendo un po’ come il mondo gira.
Dopo aver visto un sogno accendersi come una piccola fiamma, e poi spegnersi, più e più volte.
Purtroppo la vita non va sempre come vorremmo, nonostante i nostri sforzi.
Ho ricominciato perché se in tutto questo c’è qualcosa di buono, bisogna darsi da fare per trovarlo.

E quando, all’inizio di questo post, ho scritto che scrivere è come scavare, mi riferisco nello specifico a quando si scava per cercare un tesoro.
Scrivere è come pregare, forse. Scrivere è come cercare una mappa, una pala, una carriola, e mettersi di buona lena.
Scavare un po’ per volta, qualche riga al giorno, o qualche pagina alla settimana.
E poi trovare qualcosa di luccicante, che riflette una luce che viene dal Sole o dalle torce che portiamo sui nostri elmetti sporchi di terra. E scoprire che si tratta di una pietra rara e preziosa ancora grezza, da raffinare, oppure di un forziere di gioielli antichi.

Per questo ho tirato fuori i taccuini dalla scatola nascosta, e li ho messi tutti bene ordinati su una mensola.
Se mia moglie li volesse leggere, è lì che li può trovare. Non ho paura, perché se non dovesse capire qualcosa di me sarà un’altra occasione per scavare ancora.

Quale scopo ha scrivere, se non quello di essere uno strumento per avvicinarsi alla Sapienza?
No, non parlo di leggere, ma proprio di scrivere.
Non parlo nemmeno di una scrittura passiva, come quando i bambini fanno il dettato: parlo di una scrittura attiva, che serve a pensare, a scoprire di più di sé, e quindi delle dinamiche della vita.

Beato l’uomo che ha trovato la Sapienza (…) perché il suo possesso è preferibile a quello dell’argento e il suo provento a quello dell’oro. Essa è più preziosa delle perle e neppure l’oggetto più caro la uguaglia.

Proverbi 3, 13 ss.

Vorrei perdere tempo –
saprei averne in abbondanza –
e sprecarlo è opulenza,
e lusso più sfrenato
di un palazzo di diamante

per un uomo
ombra nel tempo,
soffio nel vento,
sabbia che scorre
in clessidre senza fondo

Saprei che farne,
di un uomo
sotto il mio controllo
le scelte migliori
le imparerei col tempo

ma scorrerebbe veloce
come sangue in un tempio,
come figli lontani,
come statue d’argilla
spaccate dal freddo

Per carità

Una vita tranquilla, senza troppi impegni, che scorre lenta e serena, senza problemi, senza intoppi, senza… una meta.
Viaggiare, viaggiare, viaggiare.
Una vita leggera, come una foglia nel vento, oppure veloce come un piccolo pesce che sa nascondersi tra i coralli, a riparo dagli squali.
Una vita di zucchero, senza zucchero, col giusto zucchero, non nauseante, non amara, non aspra, giusto una zolletta nell’immenso sorso di tè nero che è la vita.

E’ a questo che dovrei ambire?
E’ a questo che ambisco.
E’ a questo che dovrei ambire.
Eppure non posso.

Non posso più ambire ad una vita tranquilla, senza troppi impegni, che scorre lenta e serena, senza problemi, senza intoppi, senza una meta, senza peso, senza sapore.
Non posso più accontentarmi di cose così alte, di cose così grandi, così ricche, così maestose come un palazzo regale, un tesoro antico o la Luna.

Ciò a cui il mio cuore ambisce è lo sguardo del vecchio.
Ciò a cui la mia mente ambisce è la mano del malato.
Ciò a cui la mia vita ambisce è il sorriso di un bambino.
E io non sarò mai così grande, ma ho una grande speranza.

Una speranza grande come quella solitudine, quella sofferenza, quella debolezza.
La speranza nella cosa che tutto copre, tutto sopporta. tutto crede,

E’ quella cosa che smuove, che affida, che entusiasma, che guarisce, che scioglie, che guida, che pondera, che dà sapore a questa vita così sterile e fertile.

Una vita che serva.

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Adolescenza

E quindi uscimmo a riveder le stelle
col nuovo telescopio astronomico
e in sottofondo le Notturne di Chopin

Stavamo in silenzio, ascoltavamo la luna
respiravamo le note, guardavamo la pioggia
che, bagnando i campi accaldati, odorava d’estate

La vita è in versi, i sogni catturati da foto
racchiuse in vecchi libri finiti di mio padre
ed io con eterno stupore li scopro per me, nuovi

Quanto tempo, quanto tempo, quanto tempo
che viene, va, ritorna, e si ripete
come vuole, è un gatto che non mi ascolta

Vorrei fermarti, ma sei libera
e l’unica cosa che posso umanamente
è viverti e, come un gatto, lasciarti

Sono stato adolescente, lo sono e lo sarò,
come ogni artista, finché la morte non mi avrà
o la vita mi svuoterà, e sarò depresso

I sogni sono i ricordi di un futuro che non sarà,
donati a noi per misericordia, per viverli
quando non possiamo tentare di possederli

In essi ti ricordo, bella,
come le foto che non ti ho mai fatto,
quando ti stringevo come non potevo

E le notti passano, gli anni bruciano
(ormai 10 o più), e i tagli spariscono,
e tu non ci sei più, o non ancora

Forse eri solo il tempo ben vissuto,
quello mai sprecato, della scoperta
che come lama non si può afferrare

La casa gialla

Una giornata calda in piena estate
e il condizionatore
è soltanto un miraggio in un deserto urbano
La gente si accalca davanti ad un portone
la polizia la spinge via
Sta uscendo il cantautore

Marco questa volta non sa che maschera usare
e urla sulla gente e su un agente
che non lo vuole fare andare
lontano da quella abitazione sua per anni
lontano dai pianoforti verso una vita
incerta che si apre davanti

Marco non sai come fare
Marco non sai dove andare
Marco non hai un tetto
non hai più neanche una chiave

E’ il giorno e si sapeva già
come sarebbe andata
a finire tutta la storia
la gente non capisce, fraintende tutto
Marco non è innocente ma neanche un delinquente
e vorrebbe fosse un sogno
da cui risvegliarsi un giorno

Fosse stato un evasore sarebbe salvo
e invece è solo un insolvente
dalla parte del manico
Scrive a chi lo vuole fuori
e prova a starci dentro
nonostante i giramento di testa e di coglioni

Marco non sai come fare
Marco non sai dove andare
Marco non hai un tetto
non hai più neanche una chiave

Dieci

Ogni giorno, che so, potrebbe essere l’ultimo.
Ogni vita, che so, potrebbe essere l’ultima.
Dieci anni, come dieci vite, finiscono in fretta.

Se guardo indietro, muoio e un altro vive.
Se guardo avanti, l’altro vive in me e io muoio in lui.
Dieci anni, come dieci crisalidi, sono le mie ore.

Passerà anche questo decennio, tempi migliori
che non so se attendere o lasciare andare.
Dieci anni, come dieci bozzoli, seccano in poche ore.

Una farfalla vive in un solo giorno.
Io vivo decine di vite e molte più morti.
Dieci anni, quanti ne posso contare con queste mani.

la mia barba

la mia barba
è un tesoro
la nascondo
da voi

che non capite
il valore
ciò che è
per il futuro

come roccia
essa poggia
sulla faccia

io la rado
non di rado
perché è santa

la mia barba
è un segreto
che non scoprirete
mai

che non vedete
la realtà
dietro a quella
modernità

come roccia
essa poggia
sulla faccia

io la rado
non di rado
perché è santa