Recensione Fazerdaze – Morningside (2017)

Amelia Murray, classe 1993, neozelandese, nasce e cresce a Wellington, dove si interessa alla musica e suona in una band di sole ragazze.

Nel 2012 Amelia si trasferisce ad Auckland e si iscrive alla facoltà di Musica dell’università cittadina; nel frattempo, inizia a comporre brani propri, che registra nella sua cameretta sul suo Mac e che, di tanto in tanto, pubblica su piattaforme web come Youtube o Soundcloud.

Nel 2014, Amelia pubblica 6 di quei brani in un EP, a nome Fazerdaze, mentre si fa conoscere localmente esibendosi da sola (con loop station e drum machine) o con una piccola band di supporto in bar, club e festival.

Grazie al classico tam-tam sui social e all’interesse creato da questo suo primo lavoro, la fama di Fazerdaze inizia a crescere, superando i limiti nazionali ed espandendosi dapprima nell’Oceania e nel sud-est asiatico (complice la bellezza orientaleggiante di Amelia, dovuta alle origini indonesiane), e poi in tutto il mondo grazie alle suddette piattaforme web e alla distribuzione dell’EP su BandCamp, facendo crescere l’hype dei sostenitori per nuove opere della ragazza.

Fazerdaze – Morningside

Intitolato come il sobborgo di Auckland in cui Amelia vive, “Morningside” viene finalmente pubblicato a maggio 2017, ripagando dell’attesa le migliaia di fan: contiene alcuni pezzi già editi nell’EP, oltre a brani inediti che lasciano subito il segno.

Ad oggi (fine luglio 2018) le views su Youtube del videoclip del singolo di lancio dell’album, “Lucky Girl“, sono quasi a quota 7 milioni.

L’album ha un sound ben definito, ma non piatto: la registrazione casalinga non penalizza la qualità delle canzoni ma, anzi, è molto “hi” per essere lo-fi.

Tra tutti i brani spiccano la suddetta “Lucky Girl”, ritmatissimo pop super-orecchiabile, la malinconica “Shoulders” e la delicata “Bedroom Talks“, con i suoi grilli che fanno pensare alle tranquille serate d’estate in campagna.

Un album che parla dei problemi di ansia di una generazione, delle relazioni e della sensibilità, senza mai scendere nella disillusione o nella tristezza.

Un disco da godere, tra i migliori del 2017.

(Recensione scritta a luglio 2018 e pubblicata su Debaser.it)


Perchè è un disco importante per me?

Questo album è stato parte della colonna sonora di un viaggio che ricordo ancora con nostalgia, quello che ho fatto con mia moglie in Sudafrica (con tappa successiva alle Mauritius) nell’estate 2017.

Riascoltare oggi questi brani mi riporta subito alla mente le immagini dei lunghissimi viaggi sull’autobus per quelle strade sconfinate e polverose, in mezzo a campi coltivati e distese di terra rossa e arida, oppure le passeggiate sotto le palme vicino alla spiaggia di Pointe Aux Piments.

Che cosa mi aspettavo

“Come si fa a credere in Dio?”
E aggiungi “Io vedo
ciò che accade nel mondo,
io non sono cieco”

Ma tu SEI cieco, non vedi
Quanto sbatti la mano e arranchi
Cercando un punto fisso
Che ti tolga dal limbo?

Ti ho ascoltato a lungo
E forse ancora cerco
Di trovare un senso
Ma la noia me lo ruba

E quindi aspetto,
Aspetto che il tempo passi
E che i miei sogni sfumino
Perdano di colore

…mi aspettavo forse
Che finisse così?
Che fosse così semplice
Far finta di esser libero?

Mi aspettavo forse
Di diventare più reale
Abbandonando il mio trono
Per seguire un altro re?

E da un mondo vuoto
Aspettarmi un’eco,
E cercare la luce
In un mondo cieco?

Che cosa mi aspettavo?
Forse un nuovo cammino
La promessa di non crescere
Forse… di tornar bambino?

Non sei un re, né luce
Non sei una via
Mi identificavo in te
E tu sei come me

Non credi in Dio, forse
Però in fondo ci speri
Che cosa ti aspetti, in fondo?
Tu, in che cosa credi?

Ritorno a casa

Ripubblico oggi questo scritto, dopo 6 anni esatti dalla prima volta in cui l’ho pubblicato sul mio precedente blog nel 2014.

Una città morta, che sta svanendo.
Abitanti che sono già svaniti anch’essi, e che non se ne sono ancora accorti.
Un’altra rotonda.
Un’insegna al neon: 18.43.
Lo stesso neon, due secondi dopo: +08°C.
Lo stress dopo una giornata di lavoro.
Un buco nello stomaco.
Un pensiero accomodante, antidolorifico, per quel buco nello stomaco.
Una premessa che mi pari il culo.
Un pentimento per il mio pensiero vigliacco.
Il dubbio che forse sarebbe stato meglio essere un cattivo ragazzo.
Il mio presente che non é più leggero del mio passato, troppo poco burrascoso.
La nostalgia per il fiume a cui ho messo una diga.
Le mie mani piccole.
L’abbraccio caldo di mia madre.
Le mani grandi e sicure di mio padre.
Il campanello da suonare.
Le porte del 4 che si aprono.
La pioggia che mi bagna i capelli.
L’ombrello che ho nello zaino e che non voglio aprire.
Il raffreddore, che domani avrò.
I lampioni accesi al mio passaggio.
Le auto parcheggiate vicino al bingo.
Coppie apatiche che tornano all’auto.
I soldi corsi via.
La luna, che non c’é.
Cani che abbaiano.
Skate park vuoti.
Ceneri bagnate.
Luci accese in soffitta.
Le chiavi che sono nell’altra tasca.
L’iPod che ho paura che cada per terra.
Un respiro profondo.

Ritorno a casa.

Concentrazione

Mettere a fuoco
Non distrarsi
Serrare ogni porta
E tirare le tende

Ripetere,
Ripetere
Come un ticchettio
O un battito cardiaco

Includere ció che vedi
Aprirsi al fuoco
Abbracciare la conoscenza
E lasciarsi consumare

Goccia dopo goccia,
Ora dopo ora,
La roccia si frantuma
Con la perseveranza

Tornare in mare

Provo a tornare in mare,
non è scontato.
Dopo tempo a seguire foglie
e pesci che nuotano senza senno
torno a esporre le vele
sperando che il vento soffi
anche per me.

E che importa se sarà bonaccia?
Che cambia se sarà tempesta?
Spiego le vele e spero,
come un capitano:
posso dare una direzione alla mia nave
ma è il vento che mi fa andare.

Come cambiano le maree,
io cambio cuore, ancora e ancora.
Àncoro il vascello nell’unico porto
dove il Sole non cala
e il sale non brucia,
dove il Mondo finisce
e finalmente inizio io.

Per non pensare

Scritta in un diario il 27 luglio 2016.

Cercavo la catarsi.
Attendevo, aspettavo,
lasciavo passare stagioni.
Ore di luce sprecate.

In una stanza vuota,
rabbuiata e sporca,
fissavo fogli vuoti
pulendomi lo sguardo.

Vento – in lontananza
un’autostrada vuota
ululava a lune
che nessuno vedeva.

E quindi uscivo anch’io
e tornavo a fare altro,
soltanto per non pensare,
non pensarci più.

Schiavi del contenuto

Ció che conta é il contenuto. Anzi, i contenuti.
Anche se sembra una bella frase positiva, direi proprio che non lo è.

Nella realtà del 2020 iperconnessa e sempre più “aumentata”, non importa che cosa dici, basta che tu lo dica.
Non parlo certo del contenuto di un libro o di un film, quello che è il significato o il messaggio. Io parlo dei contenuti multimediali che sono condivisi da tutti, ovunque e a qualsiasi ora.
Nulla hanno a che vedere i veloci e disimpegnati social network con i nobili e tragicamente in declino blog, che sono esplosi dieci-quindici anni fa e che sono in larga parte già chiusi o sono evoluti in canali Youtube, editoriali su siti di quotidiani e podcast.
Ecco, forse il podcast è in fondo destinato a durare in questo mondo frenetico in cui peró è facile ritrovarsi ad avere due o tre ore al giorno di viaggio o a lavorare al PC con le cuffiette infilate nelle orecchie.
Peró chi ha il tempo, il coraggio e la conoscenza per registrare un podcast?
Ottima invece l’idea di condividere sotto forma di podcast le registrazioni di conferenze ed interventi: è proprio questa “spontaneità” registrata in presa diretta che dà interesse e valore al contenuto. È anche questo il segreto del successo dei podcast dei TED Talk e dello storico Alessandro Barbero.

Siamo prigionieri in gabbia: la gabbia dei social network, certo, così come quella delle notifiche push e dei like. Ma in fondo, la gabbia è quella del nostro autocompiacimento, in cui la nostra attenzione è sottomessa alla possibilità di un piccolo piacere, quello di vedere una nostra foto tempestata di like, un nostro video ripubblicato e commentato, il nostro podcast diventare un piccolo caso sul web, col suo piccolo seguito, e altre cose del genere. E alla fine, paghiamo la nostra prigionia con la stessa moneta dei veri carcerati: il tempo.
Come uscire da questa gabbia? Non voglio fare quello che dà risposte, ma stavolta la risposta la sappiamo già tutti e sono in pochi a dirla.
No, non parlo del digital detox o del minimalismo digitale, che sono ottimi strumenti per vivere in maniera più ordinata il proprio tempo, ma curano solo i sintomi di quella che è nei fatti una nevrosi collettiva delle generazioni che condividono con me e te questo pianeta in questo tempo – fatte salve le zone più remote e “primitive” della Terra abitata.

No, la cura non puó essere rinunciare ad uno strumento quale puó essere il social network o la piattaforma video o audio di turno. Sarebbe come rinunciare a parlare solo perché si rischia di litigare o di fare la figura dei fessi.

Il trucco, secondo me, sta nel renderci conto di dove vogliamo andare – nel vero senso del termine, cioè fare anche un rapporto scritto su carta o sul PC dei nostri obiettivi, delle nostre aspirazioni e anche delle nostre limitazioni.
Renderci conto di quanto tempo sprechiamo, ma anche del perché abbiamo bisogno di quei piccoli segni di attenzione quali sono i like e i commenti, del perché ad esempio continuiamo a confondere il valore del contenuto che produciamo con il valore nostro come persone e come “protagonisti” dei media che usiamo.
Renderci conto, che non tutti i media magari funzionano, che c’é un perché a ciò e c’è sempre un modo per migliorare la formula, basta chiedere aiuto a chi ha più esperienza di noi e ascoltare il nostro pubblico.
Renderci conto di chi vogliamo che sia il nostro pubblico e di chi in realtà è (se c’é).

Ci saranno tante altre cose di cui dovremmo renderci conto, ma sinceramente ora non ho tempo né voglia di approfondire ulteriormente la questione con altri esempi: di fatto ció che ingabbia me non é ció che ingabbia te o gli altri. Siamo tutti dentro per motivi diversi.
Come per chi sta concretamente in carcere, per essere liberi davvero non basta scontare una pena: serve soprattutto ricostruire chi siamo, darci una direzione e leggere i nostri errori in una chiave di lettura nuova, quella di chi sa che la vita non è solo fatta di possibilità, fallimenti e rassegnazioni, ma anche di impegno, risultati e soddisfazioni grandi.

Come dice la massima, non dobbiamo essere né i giganti dei nostri sogni né i nani delle nostre paure, e qui potremmo aggiungere che siamo i nani delle nostre mancanze che sognano di essere giganti, senza accorgersi che i giganti non esistono.
Ma esistono gli uomini liberi, quelli sì.

Io e la fotografia

Forse è stato solo per ripararmi dietro ad una barriera, sentendomi come gli inviati di guerra con elmetto, corpetto con scritta “press” a caratteri cubitali e macchina fotografica in mano, armata e pronta a sparare.
Forse è stato solo perché è da quando sono adolescente che non amo lo scorrere del tempo, e in certi momenti difficili avrei voluto poterlo fermare per recuperare fiato e stare vicino a qualcuno che se ne è andato.
Forse è stato solo per emulare mio padre, anch’egli appassionato di fotografia in gioventù.
Forse è stato solo un modo furbesco per avvicinarmi alle ragazze belle scavalcando la mia timidezza, brandendo la scusa di scattare un ritratto e immortalare qualche sorriso o qualche dolce espressione corrucciata.
Non so ancora bene spiegarmi il perché, ma in qualche maniera dall’età di 16 anni ho iniziato ad appassionarmi alla fotografia.

Dopo aver ricevuto una piccola punta-e-scatta Samsung per il mio compleanno, ho iniziato a muovere i primi passi fotografando momenti di vacanza con gli amici o paesaggi delle campagne piacentine e cercando di apprendere le basi della composizione leggendo tutorial su internet.

Nel 2010, stanco delle limitazioni di quel genere di fotocamera, come regalo per la maturità ho chiesto a mio padre di regalarmi una reflex: abbiamo trovato in vendita in un centro commerciale un kit Canon EOS 1000D con obiettivi zoom Canon 18-55mm F3.5-5.6 e Sigma 70-300mm F4-5.6 DG Macro, e da lì a poco ho iniziato a sperimentare con luce e buio, aperture e tempi, cercando di applicare al meglio quanto già appreso facendo foto durante concerti ed eventi sportivi.
Sperimentando con i ritratti e trovandomi spesso situazioni di luce scarsa, ho iniziato a pensare all’acquisto di un obiettivo a focale fissa finché non ho trovato un Canon 50mm F1.4, acquistato d’impeto: la mia prima prime lens!

A fine 2012 mi sono finalmente deciso a seguire un corso di fotografia digitale, in modo da approfondire e organizzare le mie conoscenze pregresse.
Qualche mese dopo aver concluso il corso ho eseguito il mio primo upgrade: venduta ad un conoscente la 1000D con l’obiettivo 18-55mm, ho acquistato una Canon EOS 60D usata ed un obiettivo zoom Tamron 18-50mm F2.8.
Con questa attrezzatura ho finalmente la possibilità di fare foto in tantissime condizioni “avverse” come sotto la pioggia, in controluce o con soggetti in movimento, senza troppa paura della qualità del risultato finale.

Clicca sulla foto per vedere la mia galleria su Flickr

Dal 2016, dopo essermi sposato, ho avuto la possibilità di introdurre mia moglie alla fotografia digitale: anche lei ha iniziato a fotografare utilizzando il mio kit, mentre io ho iniziato a concentrarmi su riprese video con una telecamerina digitale Panasonic comprata con mio fratello alcuni anni fa.
Quest’estate ho acquistato una Panasonic Lumix FZ2000 che ho avuto modo di testare per benino nel mio viaggio in Perù nell’estate del 2019 e nell’ultimo viaggio in Tanzania a inizio 2020.
Questa bridge è particolarmente versatile e permette di realizzare foto di qualità paragonabile ad una reflex, ma è con le riprese video che dimostra la sua vera capacità.

Nuova era

Entra, la finestra é aperta
E dà sul tramonto
Sui campi umidi
Che profumano di erba bagnata e letame

Il mio stomaco grida
Ho fame e sete
Farei meglio a digiunare
Ma é del tuo amore che mi voglio saziare

É una buona giornata
Per fare del bene
Sorridere, salutare
Camminare, pensare, fare da mangiare

Porto fuori il cane
Lo faccio giocare
E spero che non si sappia
Che ieri notte ti ho fatta entrare

Niente mi può fermare
Potrei correre fino a scoppiare
Il sole mi fissa, ma abbassa gli occhi
Non può reggere la mia luce

Penseranno a ciò che abbiam fatto
A ciò che invece io vorrei fare
Ma non voglio rovinare
Il ricordo di questa notte rubata a Morfeo

Con la finestra aperta
Le tende ondeggiavan piano
E il mugolio dell’autostrada
Reggeva le nuvole che svanivano al crepuscolo

Ho aperto il tappo,
Scoperchiato il vaso
E con te ho pianto,
Parlando fino all’alba, e poi ho riso

Quando il tuo viso
Mi ha porto un bacio
E i miei occhi lo hanno accolto io
In me é sorto un sole che non potrà calare

E tornando sui passi
Che avrei voluto cancellare
Ho scoperto un nuovo me
Ed un futuro a cui ritornare

Così ho aperto il diario nuovo
E sono fluito sulla carta
Quanta strada ho fatto
L’ho chiamato “cammino del Sole”

E questo tempo sarà freddo
Ma non toccherà ciò che ho dentro
Con te a mio fianco
Questa nuova era non finirà mai

Domenica

Viaggiare lento
in un’auto vecchia
e godersi il vento
il panorama e il bel tempo
girare in periferia
girare in provincia
vedere posti vedere istanti
che non ci sono più e che fai
rivivere tu.