Io e la fotografia

Forse è stato solo per ripararmi dietro ad una barriera, sentendomi come gli inviati di guerra con elmetto, corpetto con scritta “press” a caratteri cubitali e macchina fotografica in mano, armata e pronta a sparare.
Forse è stato solo perché è da quando sono adolescente che non amo lo scorrere del tempo, e in certi momenti difficili avrei voluto poterlo fermare per recuperare fiato e stare vicino a qualcuno che se ne è andato.
Forse è stato solo per emulare mio padre, anch’egli appassionato di fotografia in gioventù.
Forse è stato solo un modo furbesco per avvicinarmi alle ragazze belle scavalcando la mia timidezza, brandendo la scusa di scattare un ritratto e immortalare qualche sorriso o qualche dolce espressione corrucciata.
Non so ancora bene spiegarmi il perché, ma in qualche maniera dall’età di 16 anni ho iniziato ad appassionarmi alla fotografia.

Dopo aver ricevuto una piccola punta-e-scatta Samsung per il mio compleanno, ho iniziato a muovere i primi passi fotografando momenti di vacanza con gli amici o paesaggi delle campagne piacentine e cercando di apprendere le basi della composizione leggendo tutorial su internet.

Nel 2010, stanco delle limitazioni di quel genere di fotocamera, come regalo per la maturità ho chiesto a mio padre di regalarmi una reflex: abbiamo trovato in vendita in un centro commerciale un kit Canon EOS 1000D con obiettivi zoom Canon 18-55mm F3.5-5.6 e Sigma 70-300mm F4-5.6 DG Macro, e da lì a poco ho iniziato a sperimentare con luce e buio, aperture e tempi, cercando di applicare al meglio quanto già appreso facendo foto durante concerti ed eventi sportivi.
Sperimentando con i ritratti e trovandomi spesso situazioni di luce scarsa, ho iniziato a pensare all’acquisto di un obiettivo a focale fissa finché non ho trovato un Canon 50mm F1.4, acquistato d’impeto: la mia prima prime lens!

A fine 2012 mi sono finalmente deciso a seguire un corso di fotografia digitale, in modo da approfondire e organizzare le mie conoscenze pregresse.
Qualche mese dopo aver concluso il corso ho eseguito il mio primo upgrade: venduta ad un conoscente la 1000D con l’obiettivo 18-55mm, ho acquistato una Canon EOS 60D usata ed un obiettivo zoom Tamron 18-50mm F2.8.
Con questa attrezzatura ho finalmente la possibilità di fare foto in tantissime condizioni “avverse” come sotto la pioggia, in controluce o con soggetti in movimento, senza troppa paura della qualità del risultato finale.

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Dal 2016, dopo essermi sposato, ho avuto la possibilità di introdurre mia moglie alla fotografia digitale: anche lei ha iniziato a fotografare utilizzando il mio kit, mentre io ho iniziato a concentrarmi su riprese video con una telecamerina digitale Panasonic comprata con mio fratello alcuni anni fa.
Quest’estate ho acquistato una Panasonic Lumix FZ2000 che ho avuto modo di testare per benino nel mio viaggio in Perù nell’estate del 2019 e nell’ultimo viaggio in Tanzania a inizio 2020.
Questa bridge è particolarmente versatile e permette di realizzare foto di qualità paragonabile ad una reflex, ma è con le riprese video che dimostra la sua vera capacità.

Nuova era

Entra, la finestra é aperta
E dà sul tramonto
Sui campi umidi
Che profumano di erba bagnata e letame

Il mio stomaco grida
Ho fame e sete
Farei meglio a digiunare
Ma é del tuo amore che mi voglio saziare

É una buona giornata
Per fare del bene
Sorridere, salutare
Camminare, pensare, fare da mangiare

Porto fuori il cane
Lo faccio giocare
E spero che non si sappia
Che ieri notte ti ho fatta entrare

Niente mi può fermare
Potrei correre fino a scoppiare
Il sole mi fissa, ma abbassa gli occhi
Non può reggere la mia luce

Penseranno a ciò che abbiam fatto
A ciò che invece io vorrei fare
Ma non voglio rovinare
Il ricordo di questa notte rubata a Morfeo

Con la finestra aperta
Le tende ondeggiavan piano
E il mugolio dell’autostrada
Reggeva le nuvole che svanivano al crepuscolo

Ho aperto il tappo,
Scoperchiato il vaso
E con te ho pianto,
Parlando fino all’alba, e poi ho riso

Quando il tuo viso
Mi ha porto un bacio
E i miei occhi lo hanno accolto io
In me é sorto un sole che non potrà calare

E tornando sui passi
Che avrei voluto cancellare
Ho scoperto un nuovo me
Ed un futuro a cui ritornare

Così ho aperto il diario nuovo
E sono fluito sulla carta
Quanta strada ho fatto
L’ho chiamato “cammino del Sole”

E questo tempo sarà freddo
Ma non toccherà ciò che ho dentro
Con te a mio fianco
Questa nuova era non finirà mai

Domenica

Viaggiare lento
in un’auto vecchia
e godersi il vento
il panorama e il bel tempo
girare in periferia
girare in provincia
vedere posti vedere istanti
che non ci sono più e che fai
rivivere tu.

For what it’s worth

Lo scorso ottobre ho iniziato a suonare la batteria, o meglio, a prendere lezioni di batteria.
A ottobre ho letto di queste lezioni individuali su una locandina nella sala prove del mio quartiere e, dopo aver fatto una lezione di prova, ho iniziato il corso vero e proprio, un’ora alla settimana.
Ok, nulla di troppo inusuale, a parte il fatto di avere 28 anni.
La decisione l’ho presa dopo una riflessione su come potrei meglio occupare il mio tempo, su cosa potrei fare per essere migliore, su cosa vorrei fare prima di diventare “grande”.

Mia moglie l’ha capita poco, ma l’ha accettata. Mio padre non l’ha accettata, ma l’ha capita, e in ogni caso sopporta. I miei amici la vedono come se fosse l’ennesima stravaganza del personaggio che sono io.
Io invece l’ho vista prima come un capriccio, poi come un’occasione di crescita, poi come una perdita di tempo. E più vado avanti, più la vedo per quello che é: un’arte.

Uno può imparare tanto, tante cose, a diversi livelli, e può essere una perdita di tempo, di faccia o di soldi, oppure un investimento, una scommessa o un sacrificio.
Le cose che davvero contano sono la motivazione che ci metti, l’ispirazione che hai, il percorso che intendi fare, i compagni di viaggio e gli insegnanti, la strumentazione adeguata e, più di tutto, ciò che vuoi trasmettere.

É logico: da ingredienti buoni e cucinati con sapienza e cura con può che uscire un buon piatto.

Ecco che ho smesso di preoccuparmi del “cosa imparo”, perché ogni volta ho un grillo per la testa che mi porta a imparare cose nuove, anche perché sono oggettivamente dotato di un certo talento in diverse arti che ho paura di far fruttificare, soprattutto a causa la mia ignoranza.

Ho invece iniziato a preoccuparmi del  “cosa trasmetto”, del significato, del messaggio.
Per quel che vale il mio impegno, io ci sto lavorando.
E penso che ad ogni sforzo corrisponda almeno una piccola ricompensa.

Penso che valga la pena di sperare anche solo per il rullo di tamburi prima della rivelazione finale.

Vecchia montagna

Rocce verdi che crollano
Sulle terre dei padri
Mentre i laghi si asciugano
E le foreste bruciano
Mentre le tenebre avanzano
E i giovani insieme ai vecchi
Con in mano bicchieri viola
Brindano al passato

Mentre noi benestanti
Su, al nostro paese
Cerchiamo la libertà
in una schiavitù senza fine
cerchiamo il progresso
sotto anfetamine

Avvoltoi neri che volano
Sui morti dal troppo sale
Mentre i bambini piangono
mentre studiano per la troppa fame
Mentre le tenebre avanzano
ed è già quasi mattina
con in bocca un tesoro antico
e la maledizione della cocaina

Mentre noi benestanti
Su, al nostro paese
Cerchiamo la libertà
in una schiavitù senza fine
cerchiamo il progresso
sotto anfetamine

E tu vorresti scappare
dalla Vecchia Montagna senza più volto
Vorresti perderti in questa natura
vorresti pescare un’altra mano
Ma una risposta sensata
la trovi solo dentro alle tue scarpe
non devi andartene solo per la noia
tu devi insistere e giocare le tue carte

Fare bene, fare male

La domanda vera non é perché faccio le cose, ma perché non le faccio.
Non perché parlo tanto, ma perché pur parlando tanto non dico nulla.
Non come non combattere, ma come vincere la lotta.

Tanta, troppa gente che non pensa. E io lì tra essi, come una pecora tra le altre pecore. E il pensare non é solo meditare, non é solo calcolare le conseguenze di un’azione, ma é anche il valutare ciò che é conveniente. Cioé che é giusto per sé, ciò che é bene per gli altri, ciò per cui vale la pena combattere. Ciò per cui valga la pena fare.

Ma io sono sempre stato un po’ pigro.
Sono sempre stato uno un po’ divanaro.
Se penso ai miei hobby, tutti quanti, penso si contino sulle dita di una mano le volte che nell’ultimo mese mi sono dedicato ad essi invece che piazzarmi di fronte ai videogiochi.

É forse un male svagarsi e giocare un po’? Certo che no, ma lo é sicuramente alienarsi. Rendersi straniero a sé, alla propria storia, lontano da ogni coinvolgimento emotivo in ciò che uno tocca ogni giorno, é quello il grande inganno di ogni forma di fuga mentale. Lo fai una volta, due, tre… E non sai più se é più importante per te vincere una partita e finire la missione o dedicarsi alla passione che si coltiva e imparare, magari, a suonare la batteria. E intanto, anziché fare qualcosa di vero, di concreto, che sia solo svuotare la lavastoviglie o pulire un po’ una stanza, io mi trovo a non combinare nulla.

Quando ci penso sono molto deluso di me, ma non voglio giudicarmi troppo duramente, voglio darmi sempre una chance per rimettermi in carreggiata.

Questo é ciò che mi trovo ad affrontare: non é una montagna troppo alta da scalare, qualcosa di troppo profondo in cui scendere o troppo lontano da raggiungere.
Ma é una collina i cui fianchi sono paludosi e melmosi, in cui c’é il rischio di inciampare o scivolare e cadere.

Questa è la mia casa

Apro la porta, col piede tasto il terreno davanti a me, è libero, quindi appoggio lì lo scatolone che mi copre la visuale col suo ingombro.

Accendo la luce, e lo sguardo corre subito verso le tapparelle abbassate. Vorrei tirare un respiro profondo, ma forse meglio rimandare a più tardi, quando avrò aperto le finestre e fatto passare un po’ di aria fresca.

Cambiare casa è sempre difficile. Prima lo sforzo fisico per imballare, inscatolare, smontare, poi quello intellettuale con le carte da firmare, i servizi da disdire e quelli da attivare, il tempo che scarseggia quando è da trovare.
Per fortuna questa casa è già arredata. La casa è già la mia, o meglio, era di mio nonno. L’abbiamo ristrutturata con l’aiuto dei miei genitori – che abitano al piano di sotto – e del nostro muratore di fiducia, e dal vecchio appartamento degli anni ’60 con mobili antiquati e legnosi e piastrelle di marmo agglomerato che era, è ora diventato un moderno appartamento con cucina-living room open-space, mobili dal design minimal e pavimento riscaldato in gres porcellanato effetto legno. Il top dei top, insomma.

L’unica cosa che manca, penso, è il condizionatore. Fa caldo, è il primo di settembre e per fortuna che le tapparelle sono state abbassate fino ad oggi.
Tiro su le tapparelle. Lo scatolone è lì, in trepidante attesa di essere svuotato.
Apro le finestre, quindi mi affaccio e la guardo dal secondo piano. Lei è ancora fuori, fa avanti-indietro a portare nel garage certi scatoloni che non apriremo mai. E’ normale, quando inizi tutto di nuovo vorresti che certe cose non saltassero più fuori, perciò le imballi bene e le porti di sotto, e chi s’è visto s’è visto.

Io esco sul terrazzo e mi accendo una paglia, mentre la casa si ossigena un poco ed inizia ad assumere lentamente il mio odore.
Mi sa che questo è l’ultimo pacchetto che compro, poi smetto.
Ho cambiato casa qualche volta negli ultimi anni, e so che è in queste occasioni che si possono perdere brutte abitudini, darsi da fare ed entrare in un circolo virtuoso.
Ok, forse ho cambiato più spesso casacca che casa, ho cambiato più spesso umore che parere, ho cambiato più spesso compagnia che compagna. Eppure, mio malgrado, mi posso reputare un esperto del “cambiar casa”.

Sei mesi fa, quando sono entrato da lei dopo il matrimonio, mi sono reso conto di quanto è bello non vivere da soli.
La casa che avevo prima, in quel condominio ai bordi della città, mi sembrava in quel momento più lontano che mai dalla mia idea di casa. Nessuno era là ad accogliermi quando arrivavo a pezzi dal lavoro, ma nella casa che avevamo appena iniziato a condividere c’era lei che sapeva sempre come tirarmi su.
Dopo poche settimane, la noia di una casa senza connessione Internet, senza condizionatore e troppo vicina al centro città – dove lavoro – già mi faceva rimpiangere il mio bel posticino isolato, al quinto piano di un palazzo della periferia in cui non conoscevo nessuno, avevo i miei ritmi ed i miei orari e potevo praticamente essere libero di fare ciò che mi pareva, e dove trovavo sempre parcheggio con gran facilità.

Scaduto il contratto di affitto, terminata la ristrutturazione e salutata l’anziana prozia di mia moglie, nonché padrona di casa, eccoci entrati in questa nuova casa. E’ il secondo trasloco in pochi mesi, per me.
Qui il centro città non è troppo vicino, ma comunque raggiungibile in 10 minuti di bici. Il posto auto non è un problema, poiché il mio garage ha sempre posto per la mia bici e la Punto di mia moglie. Il condizionatore manca, ma verrà installato entro novembre, mentre la fibra è già installata e funzionante.
Tutto sembra perfetto qua, ma qualcosa non torna. Faccio l’ultimo tiro e spengo la mia terz’ultima paglia nel sottovaso sul davanzale.

Mentre medito sulla tazza del cesso – per la prima volta! Ci sarebbe da festeggiare – mi rendo conto che dopo 7 anni di “fuga”, sono tornato nella casa dove sono cresciuto.
Tutti mi dicono “Che fortuna, hai proprio la casa in un bel quartiere e non hai il mutuo da pagare!”. Io lo so che è vero, ma… ecco, non vorrei diventare uno di quei vecchietti che iniziano la loro vita in un paesino e se ne rimangono qui, finché non tirano le cuoia dopo un bianco al baretto vicino a casa. E una casa non è mica solo una casa, un paesino non è solo un paesino… A volte è uno stato d’animo, una predisposizione, un’indole. E io non vorrei morire dove sono nato.
O forse è solo paura di non diventare mai grande.

Sento la porta chiudersi, e la guardo mentre posa le borse.
Mi guarda negli occhi, con uno sguardo pieno di eccitazione: con un sorriso grandissimo mi salta con le braccia al collo.
“E’ la nostra casetta!” mi dice tutta contenta.

Non so se sentirmi mortificato, triste o se sono solo un po’ preoccupato,
E allora lo faccio, quel respiro profondo.
E capisco di essere contento anche io.

Sono contento perché la vedo davvero contenta, e perché – con tutti i suoi difetti, incluso quello di essere esattamente dove sono nato, ma ad un piano più sopra – questa è davvero la nostra casa.
Sorrido, la stringo forte e faccio un altro respiro profondo.
Ora casa nostra odora del suo profumo dolce e del mio tanfo di colonia mista a fumo. Questa è la mia casa, la nostra casa.

Leggere è noioso

Lo so, sembra una frase da ragazzino ribelle che vuole passare tutto il tempo davanti ai videogiochi.
Il fatto è che, per me, leggere è proprio noioso.

Non fraintendermi, io leggo abbastanza: il mio problema è che non ho pazienza.
Sono abituato ai ritmi veloci di quegli stessi videogiochi che adoravo quando ero un ragazzino ribelle.
Sono abituato all’intensità dei film thriller e drammatici, alla crudezza dei film horror e alla morbosità che accomuna tutte le produzioni degli ultimi anni.
Sono abituato, ed è difficile andare contro quello che un’abitudine ti porta ad essere: pigro.

La pigrizia è la pricipale nemica della gioia, per lo meno nel mio caso.
Spesso l’essere sempre “spompo”, senza stimoli, mi fa venire voglia di trovare stimoli ovunque, anche dove e quando non conviene cercarli.
Quando la pigrizia sopraggiunge, la noia tinge di grigio tutte le cose. E’ molto peggio della nebbia, perché almeno la nebbia nei quadri di Monet aveva una propria raffinata bellezza.
La noia di cui parlo non è malinconia, ma è rabbia. E’ insoddisfazione. E’ un seme di cattiveria e indisposizione verso la vita e gli altri.
E’ un lento calare preso nelle sabbie mobili di una tenue esistenza, e allo stesso tempo è un miraggio.

Basta poco: è sufficiente affrontare questa noia per capire quanto essa sia effimera, per fortuna!
Di solito, quando mi accorgo di essere sopraffatto, prendo un paio di scarpe comode e le chiavi della macchina, quindi inizio a girare per la campagna.
Che bella, la campagna. Mi fa capire il contrario di questa noia non è il “fare qualcosa”, ma è l’essere capace di attendere.
La differenza, alla fine, è la stessa che c’è tra la speranza e la disperazione.

Alla fine, a me piace leggere.
Anche se è noioso, non è sempre facile e spesso è meno divertente che giocare ad un videogioco o guardare un film o una serie.
Ci vuole parecchio impegno, bisogna sviluppare una minima ritualità e, soprattutto, aprirsi ad esso: mentre lo leggi, è il libro che scrive la sua storia dentro di te.

Per carità

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Una vita tranquilla, senza troppi impegni, che scorre lenta e serena, senza problemi, senza intoppi, senza… una meta.
Viaggiare, viaggiare, viaggiare.
Una vita leggera, come una foglia nel vento, oppure veloce come un piccolo pesce che sa nascondersi tra i coralli, a riparo dagli squali.
Una vita di zucchero, senza zucchero, col giusto zucchero, non nauseante, non amara, non aspra, giusto una zolletta nell’immenso sorso di tè nero che è la vita.

E’ a questo che dovrei ambire?
E’ a questo che ambisco.
E’ a questo che dovrei ambire.
Eppure non posso.

Non posso più ambire ad una vita tranquilla, senza troppi impegni, che scorre lenta e serena, senza problemi, senza intoppi, senza una meta, senza peso, senza sapore.
Non posso più accontentarmi di cose così alte, di cose così grandi, così ricche, così maestose come un palazzo regale, un tesoro antico o la Luna.

Ciò a cui il mio cuore ambisce è lo sguardo del vecchio.
Ciò a cui la mia mente ambisce è la mano del malato.
Ciò a cui la mia vita ambisce è il sorriso di un bambino.
E io non sarò mai così grande, ma ho una grande speranza.

Una speranza grande come quella solitudine, quella sofferenza, quella debolezza.
La speranza nella cosa che tutto copre, tutto sopporta. tutto crede,

E’ quella cosa che smuove, che affida, che entusiasma, che guarisce, che scioglie, che guida, che pondera, che dà sapore a questa vita così sterile e fertile.

Una vita che serva.

Pesi e misure

Non tutto ciò che è vecchio è buono:
qualcosa marcisce col tempo,
qualcosa diventa lento
e qualcosa diventa un peso.

Si cambia un po’ tutti
di peso e di misure,
più grasso, più largo,
più basso, più secco:
ad ognuno il suo diventar vecchio.